Un profeta conquistato dalla Parola

In memoria di Enzo Bianchi

Ci sono persone che, quando vengono a mancare, lasciano un vuoto. E ce ne sono altre che lasciano soprattutto una Parola. Enzo Bianchi appartiene, per me, a questa seconda categoria.

Il caro fratello Enzo ci ha lasciato ieri, 1° settembre 2026, all’età di 83 anni. Fondatore della Comunità monastica di Bose, monaco, scrittore, predicatore e maestro spirituale, ha attraversato per decenni la vita della Chiesa italiana lasciando un’impronta profonda. La sua voce è stata ascoltata da moltissime persone, credenti e non credenti, cattolici e cristiani di altre confessioni. È stato un uomo capace di mettere in dialogo la Scrittura con le domande dell’uomo contemporaneo e di parlare della fede con un linguaggio semplice, concreto, esigente.

Ma oggi non vorrei ripercorrere la sua biografia. Vorrei piuttosto ricordarlo attraverso due testi della Scrittura che, a mio avviso, possono aiutarci a comprendere qualcosa di essenziale della sua vita: Geremia 20,7-9 e 1Corinzi 9,16.

Due testi diversi, ma uniti da un’unica esperienza: la Parola di Dio che conquista una persona e diventa dentro di lei una necessità, un fuoco che non può essere spento.


«Mi hai sedotto, Signore»

Geremia parla a Dio con parole sorprendenti: «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre».

Non è la voce di un uomo che vive una fede tranquilla e senza conflitti. Geremia ha sperimentato che essere conquistati dalla Parola di Dio può avere un prezzo. La sua fedeltà gli ha procurato incomprensione, derisione, solitudine. A un certo punto vorrebbe persino smettere: «Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!».

Ma non ci riesce. Perché dentro di lui c’è «come un fuoco ardente», trattenuto nelle ossa. Cerca di contenerlo, ma non può.

Credo che qualcosa di questo fuoco abbia abitato anche la vita di Enzo Bianchi.

La sua storia comincia proprio da un ascolto radicale della Parola. Alla fine del 1965 arriva a Bose, in un luogo allora quasi abbandonato, con il desiderio di vivere una vita cristiana fondata sul Vangelo, sulla preghiera e sul lavoro. Attorno a quella scelta nascerà poi la Comunità monastica di Bose, una realtà originale anche per la sua apertura ecumenica.

Non credo sia possibile comprendere Enzo Bianchi senza partire da qui: da un uomo che si è lasciato conquistare dalla Parola di Dio.

La Parola non è stata per lui semplicemente qualcosa da studiare. È diventata una forma di vita, una strada, una responsabilità, appunto, un fuoco.


«Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente»

Forse è questa l’immagine che più mi viene in mente pensando a Enzo: il fuoco della Parola. Un fuoco che non gli ha permesso di accontentarsi di una fede fatta di abitudini, tradizioni, formule o risposte già confezionate. Egli ha insegnato a molti di noi a tornare alla sorgente: alla Scrittura, al Vangelo, alla persona di Gesù.

La sua predicazione nasceva da una convinzione semplice e radicale: il cristiano deve continuamente mettersi in ascolto della Parola per lasciarsi trasformare da essa. Per questo la sua voce non è sempre stata comoda. E forse non avrebbe potuto esserlo.

Una parola veramente evangelica, quando viene presa sul serio, qualche volta ci consola, ma qualche volta ci inquieta. Qualche volta ci conferma, ma qualche volta ci mette in discussione. Qualche volta ci rassicura, ma qualche volta ci costringe a cambiare strada.

Una voce che cerca di essere fedele al Vangelo non può avere come primo criterio quello di piacere a tutti. Ed Enzo, proprio per questo, è stato per alcuni una voce scomoda. Ma una voce scomoda non è necessariamente una voce infedele. A volte è proprio la fedeltà al Vangelo a renderla scomoda.


«Guai a me se non annuncio il Vangelo!»

All’immagine di Geremia si unisce perfettamente la parola di Paolo: «Annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!».

L’apostolo non dice: annuncio il Vangelo perché sono bravo. Non dice: perché ne so più degli altri. Non dice neppure: perché voglio avere un ruolo nella Chiesa. Dice: «è una necessità che mi si impone». È come se Paolo dicesse: il Vangelo mi è stato affidato e non posso tenerlo per me.

Mi sembra che anche questa parola di Paolo possa essere accostata alla vita di Enzo Bianchi. Per decenni ha studiato, meditato e contemplato nel silenzio, ha predicato instancabilmente e ha scritto magistralmente. Ha parlato nelle comunità cristiane, nelle chiese, nei monasteri, nei mezzi di comunicazione e nei social. Ha partecipato anche ai lavori della Chiesa universale, come esperto ai Sinodi dei vescovi sulla Parola di Dio e sulla Nuova Evangelizzazione.

Ma dietro tutto questo non vedo semplicemente l’attività di uno studioso o di un brillante comunicatore. Vedo un uomo che sentiva la necessità di condividere ciò che aveva ricevuto. Come Paolo. Come Geremia. Come ogni vero maestro della fede: non trasmettere semplicemente qualcosa che si è imparato, ma consegnare qualcosa che prima ci ha conquistati.


Un maestro della Parola

Per questo vorrei ricordare Enzo Bianchi soprattutto come maestro. Ma la parola “maestro” va intesa nel senso più evangelico: non colui che si mette al di sopra degli altri, ma colui che aiuta altri a entrare nella Parola; non colui che offre risposte per ogni domanda, ma colui che insegna a stare davanti alle domande con la luce del Vangelo; non colui che sostituisce la coscienza degli altri, ma colui che li aiuta a maturare una fede adulta.

In questo senso, Enzo è stato maestro per diverse generazioni. Ha insegnato a leggere la Bibbia non come un libro lontano dalla vita, ma come una Parola capace di entrare nelle pieghe concrete dell’esistenza. Ha insegnato che la fede cristiana non può essere separata dall’ascolto. Ha insegnato che la preghiera nasce dalla Parola e conduce alla vita. Ha insegnato che il Vangelo non è una risposta da possedere, ma una Parola da accogliere continuamente.

E ha insegnato anche che il cristianesimo non può rinunciare al dialogo, all’ascolto dell’altro, alla ricerca dell’unità tra i cristiani. La dimensione ecumenica è stata infatti uno degli aspetti caratteristici dell’esperienza di Bose fin dalle sue origini.


Una voce che ha lasciato il segno

Non sarebbe onesto ricordare Enzo Bianchi facendo finta che la sua vita sia stata priva di difficoltà, contestazioni o momenti dolorosi.

La sua storia ha conosciuto anche incomprensioni e momenti difficili, compreso il suo allontanamento dalla Comunità di Bose e il successivo cammino nella Fraternità della Madia. Ma anche questo, paradossalmente, mi fa tornare a Geremia.

Il profeta non è l’uomo che possiede una Parola che tutti applaudono. È l’uomo che, avendo ricevuto una Parola, cerca di rimanerle fedele anche quando questa fedeltà diventa faticosa.

Ecco perché non vorrei giudicare oggi la vita di Enzo Bianchi con il criterio del successo o dell’insuccesso, degli applausi o delle critiche. Vorrei semplicemente dire: grazie per averci ricordato che il Vangelo merita di essere preso sul serio.


Io fra questi

E qui la memoria diventa personale. Perché non posso ricordare Enzo Bianchi soltanto come una figura importante della Chiesa italiana. Io sono uno di quelli che hanno ricevuto qualcosa – cioè molto – dal suo insegnamento.

Anch’io, nel mio cammino di fede, prima come semplice battezzato, poi come presbitero -oggi sposato e insegnante di religione – ho incontrato i suoi libri, le sue riflessioni, le sue meditazioni sulla Scrittura. Anch’io ho imparato ascoltandolo. Anch’io sono stato aiutato da quella voce che riconduceva continuamente al Vangelo, alla persona di Gesù, alla Parola di Dio che si è “umanizzata” nel ràbbi di Nazaret.

Per questo la sua morte non mi lascia soltanto il ricordo di un personaggio della Chiesa. Mi lascia innanzitutto la gratitudine per un maestro che, attraverso il suo amore per la Scrittura, ha contribuito al mio cammino di fede.

E forse è questo il modo più vero per dire grazie a un maestro: non semplicemente ricordarlo, ma lasciare che ciò che ci ha insegnato continui a vivere in noi.


Un fuoco che passa di mano in mano

Geremia dice: «Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente». Paolo dice: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!». Due immagini che possono diventare una sola: la Parola ricevuta diventa Parola donata.

Questo, forse, è il testamento più bello che Enzo Bianchi lascia a chi ha avuto la grazia di conoscerlo e incontrarlo.

Non conservare il Vangelo come un possesso, non trasformare la fede in una sicurezza, non avere paura delle domande, non smettere di cercare e di ascoltare. E soprattutto: lasciare che la Parola ci conquisti. Perché soltanto una Parola che ci ha conquistati può diventare una Parola che annunciamo.

Enzo ha cercato di fare questo per tutta la sua vita. Ha ricevuto un fuoco e ha cercato di trasmetterlo. A volte quel fuoco ha scaldato, a volte ha illuminato, a volte ha bruciato, a volte ha provocato. Ma non è rimasto spento.

E oggi, mentre lo affidiamo al Signore, possiamo chiedere che quel fuoco continui a passare di cuore in cuore. Anche nel nostro.


Grazie, Enzo

Caro Enzo,

ora che la tua voce si è spenta, rimane la Parola alla quale hai dedicato tutta la tua vita. Rimane il Vangelo. Rimane Gesù. Rimane, cioè, quella Parola che hai cercato, studiato, meditato, insegnato, annunciato e testimoniato.

E rimani tu, nella memoria di tanti uomini e donne che, attraverso di te, hanno imparato ad amare di più la Scrittura e a prendere sul serio il Vangelo. Anch’io sono fra questi.

Per questo oggi non voglio dirti soltanto addio. Voglio dirti grazie.

E ora, mentre la tua voce tace, chiediamo al Signore che accenda in noi un po’ di quel fuoco che ha abitato la tua vita. Perché anche noi possiamo dire con Geremia: «Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente». E con Paolo: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!». Non per vanto. Non per avere qualcosa da dimostrare. Ma perché una Parola che ci ha veramente raggiunti e conquistati non può essere trattenuta: deve essere necessariamente trasmessa, gridata a tutti.

Grazie, Enzo, con tutto il cuore!

Il fuoco continua.


Carmelo Vitellino
02-09-2026